La consapevolezza del Lutto

Se sei capitato o capitata qui, molto probabilmente hai dovuto affrontare la morte di una persona amata, ma arrivando alla fine di questo articolo potresti scoprire di aver attraversato nella tua vita altre situazioni che potrebbero rientrare nella definizione di lutto e che, di conseguenza, necessitano di un percorso simile per essere elaborate.
Magari il lutto che stai vivendo ora è la prima grande situazione traumatica con cui ti trovi a dover fare i conti, ma se così non fosse è importante comprendere che tutti gli altri eventi “luttuosi” che ti sono capitati si andranno ad aggiungere al tuo dolore attuale e a renderlo più complesso, e che quindi è fondamentale andarli a pacificare tutti per poter vivere consapevolmente le emozioni del presente.
Ma che cos’è quindi un lutto?
Cosa accomuna la morte alla fine di una relazione importante, alla scoperta di una grave malattia, al sopraggiungere di una disabilità, all’annuncio della propria sterilità o alla perdita del lavoro o della casa?
Questi sono solo alcuni esempi di situazioni dolorose che potremmo definire luttuose, e che hanno come caratteristica fondamentale la fine, e quindi la “morte”, di un sogno sul quale viene costruita la propria stabilità fisica ed emotiva, la propria sicurezza e la propria stessa identità.
Ci si risveglia da questo sogno per ritrovarsi in una realtà nuova, terrificante, paralizzante, ed infatti la prima reazione, che poi è anche la prima fase dell’elaborazione, è quella che io chiamo incredulità e devastazione.
Come all’indomani di un terremoto, ci si ritrova senza più punti di riferimento, senza un luogo sicuro dove posare il cuore lacerato. Tutto appare nuovo ed angosciante, e la mente si rifiuta di credere che sia vero, che “stia capitando proprio a me”…ci deve essere un errore…ed infatti, in questa fase, accadrà spesso di aprire gli occhi la mattina e per un attimo pensare che sia stato solo un incubo e che tutto va bene, tutto è come prima.
Poi, come una valanga, ritorna la consapevolezza che non era affatto un incubo bensì la nuda e cruda realtà, quella tremenda realtà che ogni cellula del corpo si rifiuta di affrontare.
Qui arriva la seconda fase, che io definisco tempesta emotiva, caratterizzata da sensazioni molto intense, la cui prepotenza può spaventare: rabbia, odio, furia cieca verso tutto e tutti, verso il destino e/o Dio, ed il bisogno irrefrenabile di trovare un colpevole su cui riversarle.
Questa fase può durare a lungo, per il fatto che spesso non ci si concede si sentire pienamente queste emozioni, o perché le si vive con il senso di colpa.
Provare invidia per chi non è costretto a vivere lo stesso dolore è perfettamente naturale, ma il sistema moralistico nel quale viviamo ci suggerisce, a livello inconscio, che è sbagliato e quindi ci si colpevolizza e si cerca di scacciare certi pensieri.
In realtà l’aggressività che sottende a queste emozioni è un’energia molto potente, che se soffocata va a sfogarsi interiormente, portando ansia e anche sintomi fisici.
La fase successiva è quella che definisco il bozzolo, nella quale ci si rifugia in se stessi, convincendosi che nessuno può davvero capire, e che nulla può cambiare la realtà dolorosa nella quale si è precipitati. La tristezza ed il pianto sembrano non voler finire mai, e non si fa altro che parlare di ciò che si è perso in maniera ossessiva, tanto da portare estrema preoccupazione nelle persone vicine che sollecitano il ricorso ad un aiuto professionale.
Può sembrare una fase di puro vittimismo e autocommiserazione, in realtà è il momento cruciale del percorso di elaborazione, nel quale poter andare in profondità dentro di sé per rigenerarsi ed emergere dalle macerie.
Se opportunamente rivolto verso l’introspezione, la crescita interiore e la spiritualità, questo tempo rappresenta l’affiorare di nuove consapevolezze che porteranno ad una nuova nascita, perché è nel buio e nella notte che il seme germoglia e si prepara alla primavera.
Il percorso di elaborazione potrebbe dirsi concluso quando si arriva all’accettazione della nuova realtà, che non è semplice rassegnazione verso qualcosa che non si può cambiare, ma l’accoglimento di ciò che appariva distrutto e che invece si è trasformato in creatività e rinnovata bellezza.
Sono infiniti gli esempi che potrei citare, di vite travolte dalla tragedia e diventate poi delle meravigliose opere d’arte donate al mondo.
Personaggi famosi o resi famosi dagli eventi catastrofici che hanno subìto, e che hanno dimostrato che anche dall’incubo più terribile può trarsi una storia meravigliosa di rivalsa, riscatto e vittoria sulla morte, su ogni tipo di morte.
Perdere l’uso delle gambe, per esempio, rappresenterà sempre una realtà da affrontare ad ogni risveglio, ma la vera accettazione porta la persona a volgere lo sguardo verso l’esaltazione di ciò che c’è e che si può fare, e non verso il rammarico per ciò che non c’è più e non si può più fare. Questo porta, nel tempo, ad apprendere abilità e a vivere esperienze, che altrimenti non si sarebbero mai potute apprezzare.
Era meglio la vita di prima o quella di adesso?
Questo è uno dei quesiti che rendono difficile arrivare al traguardo dell’accettazione.
Sarebbe come chiedersi: amavo di più mio figlio quando era piccolo o adesso che è adolescente?
Ogni giorno di vita è vita, se accogliamo in essa il seme della curiosità e della bellezza.

Roma 24 Novembre 2023