Perdersi e ritrovarsi

Il traffico congestionato di Roma (come penso di tutte le grandi città), è una delle più grandi sfide evolutive della nostra epoca.
Sali in macchina con le migliori intenzioni ripetendoti: respira…stai calma…andrà tutto bene…
Poi arriva lo smartino che ti taglia la strada, il gruppo di ciclisti che si tengono per la spalla occupando lo spazio di un camion, una serie di 25 semafori tutti rossi, e cominci a chiederti perché non sei rimasta a letto anziché decidere di affrontare il drago.
Poi ricordi che è il compleanno di tua figlia e che le hai promesso di portarla in centro, con l’accordo che saremmo arrivate in auto solo fino alla fermata della metro per poi proseguire coi mezzi.
Ma Mercurio – o chi per lui – ha stabilito che nemmeno lì tu trovassi parcheggio, perché
proprio quel giorno c’è il mercato rionale che se li è pappati tutti.
E qui inizia lo sconforto, perché conoscendo benissimo come funziona l’universo, sei
perfettamente consapevole che questo E’ UN AVVERTIMENTO e difatti appena pronunci le fatidiche parole “vabbè andiamo fino in centro con la macchina, vuoi che non lo troviamo unbuco?” già sentI il tuo spirito guida mettersi le mani tra i capelli per la tua cocciutaggine.
Ancora prima di attraversare il Tevere che – per chi non lo sapesse – delimita l’inizio della bolgia infernale dell’automobilista, capisci l’andazzo: laddove il comune ha stabilito che ci debbano essere due corsie, il romano ne ha tirate fuori cinque dal cappello, inventandosi la guida a canguro uno in groppa all’altro.
Non si sa come riesci ad oltrepassare il biondo (così noi indigeni chiamiamo il nostro amato fiume), e lo spettacolo tragico della tua disperazione ha inizio.
Cominci a girare come la pallina del flipper, affidandoti a tutti i santi del calendario,
imboccando strade che sai già essere oberate di macchine in tripla fila, nelle quali stuoli di turisti sembrano non distinguere la strada dal marciapiede e le auto dai calessi tale è la loro fiducia nel fatto che non verranno investiti, e capisci di essere incappata in una di quelle giornate, nelle quali la totale e irrimediabile assenza di parcheggio non è un modo di dire, ma una tragica realtà.
Ricominci a chiederti perché non sei rimasta a letto, cercando di focalizzarti su ciò che ti carica maggiormente da 17 anni a questa parte: far felice la tua pargola.
Dopodichè, tra un clacson e un’ambulanza, ritrovi finalmente il tuo centro di gravità
permanente e ricordi a te stessa che siamo noi stessi che creiamo la nostra realtà, perciò cominci a prendere questo giro di giostra come un bel film da osservare e su cui riflettere.
Improvvisamente, tutto il tempo trascorso in macchina a cercare parcheggio e pensando “ora la mollo qui in mezzo, parcheggiatela voi”, non ti sembra più un tempo sprecato, ma una meravigliosa occasione per capire qualcosa che ancora non sai.
E, come per magia, il tempo rallenta e il rumore svanisce e tu ti senti come quando la tua adolescente quasi maggiorenne era nella tua pancia, e la portavi in giro tenendola al caldo e al sicuro.
La tua piccola e rossa macchinina si tramuta in un ventre che entrambe vi contiene, ed
esattamente come durante la gravidanza, scegli di renderlo il luogo più ospitale e piacevole possibile per entrambe.
Inizi dal linguaggio e ti imponi di smettere di lamentarti, ricordandoti che 1. non serve a
niente e 2. non è l’esempio che vuoi darle (considerando che tra un anno anche lei guiderà in mezzo allo stesso caos).
Cominciate a giocare inventando storie sulle persone che incrociate e poi, sempre per gioco, decidete di seguire un taxi dicendovi che di sicuro saprà tirarvi fuori dal labirinto in cui siete finite.
Così è, e poco dopo finalmente trovate perfino parcheggio.
È un po’ distante dal vostro obiettivo, ma voi amate passeggiare in centro tra vicoli, palazzi antichi e monumenti, e quindi, finalmente libere di uscire dalla scatoletta rossa, vi incamminate libere e leggere.
E mentre prendi sottobraccio la tua ragazza, ringraziando l’universo per averti portata a vivere in questa città complicata ma meravigliosa, ti sembra di sentire il tuo spirito guida che ti dà una pacca sulla spalla e ti sorride perché ti sei ricordata la cosa più importante: essere presente a te stessa e co-creare la tua realtà.
Il traffico c’era, così come l’assenza di parcheggio, ma il tuo atteggiamento ha cambiato tutto, trasformando quello che poteva essere un incubo senza fine, capace di condizionare e rovinare l’intera giornata, in un’occasione per stare bene e condividere momenti preziosi.
Il benessere interiore è sempre frutto di una scelta consapevole, che inizia nelle piccole cose per poi espandersi a macchia d’olio su tutta la realtà.
Allo stesso modo possiamo scegliere di restare arrabbiati, o risentiti, o tristi oltremisura, colorando di grigio ogni pensiero e sentimento.
Ma a cosa serve? I momenti vissuti nella mancanza di consapevolezza si accumulano, come pietre dentro lo zaino che porti sulla schiena e che diventa ogni giorno più pesante.
E non c’è niente o nessuno che possa aiutarti a liberartene, se non decidi tu di farlo.
Così, quando finalmente ti predisporrai a vedere e a sentire, il tuo povero spirito guida potrà smettere di urlare per riportarti sui binari.