Dentro il tuo sentire

Al termine di una costellazione familiare, consiglio sempre alla persona di non parlare con nessuno di ciò che è emerso, di ciò che ha provato o che proverà nei giorni a seguire.
Non perché ci sia chissà quale segreto da nascondere, ma per due motivi fondamentali.
Il primo è relativo al movimento interiore che un lavoro del genere provoca, e che necessita di assestarsi prima di essere visto con chiarezza. Un po’ come quando si scuote una di quelle palline di vetro con dentro la neve: il paesaggio sarà visibile nel dettaglio solo quando la polverina magica che abbiamo agitato si depositerà nuovamente sul fondo.
Così per le emozioni smosse in una pratica che lavora in profondità: la visione inizialmente sarà parziale, non chiara, e parlarne influenzerebbe la percezione inquinando il risultato.

Il secondo motivo, secondo me il più importante, è che

le emozioni che proviamo sono un dono solo per noi, perché possiamo arrivare ad una comprensione, ad un’intuizione fondamentale per la nostra crescita e guarigione.


Immagina di osservare un dipinto, e con te ci sono altre persone che osservano lo stesso dipinto, alcune conosciute ed amate, altre completamente estranee alla tua vita.
Posso garantirti che tutte vedranno in quel quadro qualcosa di unico, una sfumatura, un significato o un’assenza di significato, completamente diverso da tutti gli altri e da te.

Così è per le emozioni.
Pur avendo vissuto la stessa esperienza, di gioia o di dolore, ognuno la descriverà in modo diverso, perché diverso è il modo in cui quella circostanza li ha colpiti, attraversati, segnati e trasformati.
Perciò non c’è da stupirsi che, soprattutto nel momento della sofferenza, ci si senta non capiti e profondamente soli ad affrontare la notte più buia.

Talvolta davvero l’altro non ha gli strumenti per capire, come se parlassi in arabo ad un cinese o viceversa.
Altre volte, pur conoscendo perfettamente quella lingua, non è in grado di cogliere le sfumature e gli accenti che rendono unico il tuo modo di sentire e, quindi, di comunicare.

Ma sai che c’è? È giusto che sia così.

Perché ciò che stai provando dovrebbe, con l’ascolto profondo e consapevole, diventare comprensibile principalmente e unicamente a te, ed è per questo che sarebbe preferibile non sforzarsi nemmeno di farsi capire.

Ciò che conta veramente non è trovare comprensione nell’altro, che è più o meno inconsciamente impegnato a cercare di capire se stesso prima ancora di poter capire te.
Se càpita ben venga, è un dono e una benedizione trovare anime affini con cui fare un tratto di strada.

Ma il dolore è come un tornado che stravolge e sconquassa, ed inizialmente vedi e senti solo quello, come la neve nella pallina di vetro.
Pian piano, portando attenzione a quelle emozioni che solo tu puoi decidere di esplorare nel profondo, oltre al dolore potrai notare l’emergere di nuove visioni e percezioni, del mondo e di te stesso/a, ed accogliere i regali in esso contenuti.

Così, la prossima volta che ti emozionerai davanti ad un tramonto o ad un sentiero di montagna, ricorda che essi sono lì, in quel preciso istante, solo per te che hai saputo vederli con l’anima e non solo con gli occhi.

Roma 05 Febbraio 2024


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