Il fuoco che salva

Durante l’estate, nella periferia di Roma scoppiano frequentemente degli incendi.
Me ne accorgo perché riconosco il rumore familiare degli elicotteri che vanno e vengono nello sforzo di spegnerli.
È un rumore familiare perché anche quando vivevo in Sardegna era così, ogni estate di ogni anno.
Ricordo che a volte erano così vicini e così espansi da creare intorno alla città una cappa di aria bollente e irrespirabile.
Anche ora, mentre scrivo, dalle finestre entra quel suono che mi mette angoscia e tristezza, perché evoca l’immagine di ciò che resta, quando finalmente il fuoco viene spento.
Alberi e cespugli e prati e boschi interi, che prima erano la casa di uccelli, scoiattoli e daini ecc, divenire una distesa nera e inospitale.
E quell’odore sgradevole di cenere ancora fumante e la domanda “saranno riusciti a scappare in tempo?”.
Poi inesorabili arrivano le prime piogge, e pian piano si riaffaccia il verde, e la nuova vita che rinasce, affidandosi alla speranza che stavolta venga risparmiata dalle fiamme.
Vita, morte e rinascita.
Questo ciclo non si interrompe mai, anche quando sembra tutto perduto.
Non hai il tempo di aggrapparti a ciò che è svanito, che già il nuovo si affaccia, pretendendo di essere vissuto e goduto nella sua pienezza.
Che poi, è proprio quello che abbiamo dimenticato di poter e dover fare, mentre, di fatto, è l’unico modo per onorare ciò che è andato: affidandosi al presente ed alle sue infinite possibilità.
Nel passato la morte era accolta con più naturalezza, e non perché facesse meno male, ma perché si aveva la consapevolezza che fosse solo un momento di passaggio all’interno di una storia più grande, chiamata eternità.
E la necessità e la spinta a ricostruire e ripartire era più forte di ogni cosa. Le lacrime non venivano soffocate, ma venivano riempite di senso e di fatica.
Il vuoto non veniva colmato da facili distrazioni, ma dall’amore che da qualche parte rinasceva.
Oggi si è molto soli, nel dolore.
Se ne parla, forse anche troppo, ma si agisce poco, rimanendo a fissare gli alberi bruciati.
E capisco finalmente mia madre, figlia di quell’era nella quale il dolore si portava con dignità e silenzio.
Quando nella sua anima cominciava a riaccendersi il focolaio della mancanza, della nostalgia, del rimpianto e del lutto, lei si metteva a fare una torta, o svuotava tutti i pensili della cucina per pulirli a fondo e riorganizzarli, oppure usciva e si recava in chiesa.
Per anni mi dicevo che fosse un modo per non pensare, per spingere di lato il dolore e tirare avanti un’altra giornata.
Ora che non sono più figlia di nessuno, e negli anni ho accumulato ferite a dismisura, ho scoperto che darsi da fare anziché restare a compiangersi o recriminare seduti sul divano, non è distrarsi.
Al contrario.
É lasciarsi prendere dalla fiamma e dal vento che la fa dilagare, ma non con la mente, che è impegnata nel fare.
E nemmeno con le emozioni, che dagli ingranaggi della mente derivano.
Ciò che ti afferra è la richiesta di senso e di bellezza, che ti cattura in una dimensione più profonda e elevata e trasforma il dolore in una preghiera che accarezza e guarisce.
Un po’ come i canti degli schiavi nei campi di cotone, o delle mondine immerse nell’acqua delle risaie.
Non erano più ignoranti di noi, o meno consapevoli ed evoluti.
Entravano, al contrario, in uno stato di grazia e amore che li emancipava dal peso della loro fatica.
Noi siamo più tecnologici e progrediti, ma non sappiamo più vivere il dolore se non attraverso la lotta o la fuga.
Verso cosa? O lontano da chi?
Non è da noi stessi che fuggiamo quando scappiamo nelle distrazioni?
Accogliere il silenzio ed il vuoto senza volerlo riempire, dà il tempo alla verità di emergere, e di guarirti davvero.
Sprofondare nell’angoscia senza volerla scacciare, nella nostra epoca è improponibile e terrificante.
Bisogna prendere una pillola, o partire per l’India o correre via per una strada lontana, tutto pur di non guardarla.
Dimenticando che la fiamma non si spegne correndo, ma soffocandola attraverso un’attenzione mirata e costante.
E lasciarsi bruciare, talvolta, é il male minore.

21/09/2026